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	<title>Festival Focus Jelinek &#187; Approfondimenti e pubblicazioni</title>
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	<description>ottobre 2014 - marzo 2015</description>
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		<title>Corpi/Voci. Quasi una sinfonia mahleriana per l’Austria Felix</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2014 12:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Terranova]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Primo movimento. Allegretto Kraus In disparte / o fuori luogo. Fuori dei recinti del testo, dell’opera. Il corpo della vita, del teatro, lo spasimo dei fatti del tempo diventano voci sovrapposte, sussurrate, gridate, intrecciate, a partire da quel grido, “Edizione &#8230; ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Primo movimento. Allegretto Kraus<br />
</b>In disparte / o fuori luogo.<br />
Fuori dei recinti del testo, dell’opera.<br />
Il corpo della vita, del teatro, lo spasimo dei fatti del tempo diventano voci sovrapposte, sussurrate, gridate, intrecciate, a partire da quel grido, “Edizione straordinaria!”, che dalla Cacania urla l’entrata dell’Austria Felix nel mondo contemporaneo.<br />
La guerra, i guerrafondai, gli interessi economici occulti della finanza e dell’industria diventano <i>voci </i>negli <i>Ultimi giorni dell’umanità </i>di Karl Kraus. Diventano, anzi, prima inchiostro dei giornali, poi grida di strilloni per le strade, poi commenti nei bar. I morti stanno altrove. Si accumulano davanti alle trincee.<br />
Benvenuti nel deserto della comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Secondo movimento. Andante con moto Brus<br />
</b>Il corpo come segno, prima che come atto, di Günther Brus. Come materiale. L’azionista viennese in una prima fase usa il corpo come un prolungamento del colore, come una escrescenza della tela, come un rigonfiamento dell’opera; usa linee forti di pittura come annichilimento, trasformazione in cosa, in oggetto delle membra e della figura di modelle. Sono eliminati movimento e parola. L’opera, una volta sottratto l’effimero elemento umano, si sfalda: rimane nello scorrere di un film o nella ipostasi fotografica, citazione, figurazione dell’impossibilità della permanenza dell’arte e dei corpi. Raffigurazione. Assenza.<br />
Nella seconda fase Brus si avvicina alla body art: il rappresentare si trasforma sempre più in azione <i>contro il corpo</i>, in incisione delle carni, in dileggio, in negazione. Denuncia per vilipendio della nazione austriaca per un’azione collettiva del 1968, <i>Kunst und Revolution</i>, masturbarsi durante l’inno nazionale. Vita impossibile nella piccola patria. Scelta di emigrare all’estero. Stare altrove: dal colore, dal corpo, dal linguaggio, dall’opera, dalla patria.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Terzo movimento. Rondò burlesque Bernhard (con disgusto)<br />
</b>Poi viene Thomas Bernhard, il diffamatore, ancora il distacco delle voci dalle cose, dai corpi, con irresistibile comicità. Le parole rimandano solo ad altre parole. Nel teatro un falso Minetti, un falso Kant, vari falsi Wittgenstein simulano vite possibili ma improbabili. Nei racconti un personaggio narra di un altro personaggio <i>di cui ha saputo</i> (forse da un’ulteriore voce, o da un <i>si dice</i>)<i> </i>che non voleva fare, o voleva fare, o non riusciva a fare qualcosa. E gli sguardi si moltiplicano, in una fuga di stanze senza centro.<br />
<i>Perturbati soccombenti in estinzione. </i>L’unica possibilità è menare fendenti, <i>a colpi d’ascia,</i> acquattati nel buio comodo di una bergère, osservando di tralice l’idiozia del linguaggio e dei suoi rituali, e rivelare il segreto di fronte al quale è impotente perfino la bellezza degli Antichi maestri: lo svanire della vita, degli affetti. Con il respiro affannato di chi non ha polmoni. Gettati in un mondo in cui di ciò che non si sa bisognerebbe tacere e mai si riesce a farlo, e la parola si distacca dalla cosa, e siamo sommersi, e sommergiamo, sotto fiumi di parole.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Egregi,<br />
di che cosa parliamo è insondato, noi non viviamo, ma congetturiamo ed esistiamo, ipocriti e raggelati, nel fatale e in ultima analisi letale fraintendimento della natura in cui oggi siamo smarriti a causa della scienza; i sintomi per noi sono mortali e le parole che nello sconforto maneggiamo dentro il cervello, migliaia e centinaia di migliaia di parole logorate, per noi riconoscibili, attraverso infami verità, come infami menzogne e viceversa, attraverso infami menzogne, riconoscibili come infami verità in ogni lingua, in ogni relazione, le parole che ci azzardiamo a pronunciare e a scrivere, e a tacere a noi stessi in forma di discorso, le parole che sono fatte di niente e che sono niente e che non servono a niente, come ben sappiamo e occultiamo, le parole alle quali ci aggrappiamo perché siamo pazzi d’impotenza e disperati dalla pazzia, quelle parole tutto infettano e ignorano, cancellano e guastano, umiliano e falsificano e storpiano e oscurano e ottenebrano; sulle labbra e sulla carta esse profanano attraverso i loro profanatori; il carattere delle parole e dei loro profanatori è l’impudenza; lo stato mentale delle parole e dei loro profanatori è quello smarrito, giulivo, catastrofico…</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">C’era una volta un povero bambino e non aveva papà e non aveva mamma, erano morti tutti, e non c’era più nessuno al mondo. Tutti morti, allora lui è partito e ha cercato giorno e notte. E siccome sulla terra non c’era più nessuno, ha voluto andare in cielo: c’era la luna che lo guardava così buona; e quando finalmente era arrivato sulla luna, quella era un pezzo di legno marcio. E allora è andato dal sole e quando era arrivato al sole, quello era un girasole appassito. E quando arrivò dalle stelle, erano dei moschini d’oro che erano infilati, come l’infila l’averla sul prugnòlo. E come lui voleva tornare sulla terra, anche la terra era una pentola capovolta. E lui era solo solo. E allora si è seduto e si è messo a piangere, ed è ancora là seduto, solo solo.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Inspirai profondamente, dicendo poi a me stesso, ma in verità in modo tale che le persone della sala da musica non potevano non sentirmi, </span><span style="font-size: small;"><i>tu hai vissuto solamente una vita recitata, non una vita vera, solo un’esistenza recitata, non un’esistenza effettiva, tutto ciò che ti riguarda e tutto ciò che sei è sempre stato soltanto una recita, mai qualcosa di effettivo e di reale.</i></span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Egregi,<br />
Noi diciamo: stiamo dando una rappresentazione teatrale, indubbiamente protratta all’infinito… ma il teatro, nel quale noi siamo preparati a tutto e competenti in nulla, è, da quando siamo in grado di pensare, quello dei ritmi sempre più veloci e degli spunti mancati… è in assoluto un teatro dei corpi – in secondo luogo dell’angoscia dello spirito e dunque dell’angoscia della morte… non sappiamo se si tratta di tragedia per amor di commedia o di commedia per amor di tragedia… ma tutto tratta di spaventosità, di miserabilità, di incapacità di intendere e volere… noi pensiamo, ma omettiamo di dire: chi pensa dissolve, annulla, catastrofizza, demolisce, disgrega, perché pensare è per logica conseguenza dissolvere ogni concetto… Noi siamo (e questa è storia, ed è lo stato mentale della storia): l’angoscia, l’angoscia del corpo e dello spirito e l’angoscia di morte in quanto forza creativa… Ciò che noi pubblichiamo non coincide con ciò che è, altro è lo sgomento, altra è l’esistenza, noi siamo altro, l’insostenibile è altro, non è la malattia, non è la morte, sono ben altre condizioni, sono ben altre situazioni…<br />
Noi abbiamo diritto alla giustizia, diciamo, e invece abbiamo solo diritto all’ingiustizia…<br />
Il problema è venire a capo del nostro lavoro, il che significa: della riluttanza interiore e dell’ottusità esterna… il che significa passare sopra me stesso, sopra cadaveri di filosofie, sopra l’intera letteratura, sopra l’intera scienza, sopra l’intera storia, sopra ogni cosa… è una questione di costituzione mentale e di concentrazione mentale e di isolamento, di distanza… di monotonia… di utopia… di idiozia<br />
Il problema è sempre venire a capo del nostro lavoro, sapendo di non venire mai a capo di nulla… è la questione: avanti, avanti senza alcun riguardo oppure smetterla, dare un taglio… è questione di dubbio, di diffidenza e insofferenza.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Idiozia. Contrazione grottesca dei corpi. Cancellazione dei corpi. Teatro di voci (come ha suggerito già Luigi Reitani).</p>
<p style="text-align: justify;">Voci come le voci dell’Anschluss, il popolo festante al discorso di Hitler in Heldenplatz, marzo 1938, le voci dei buoni filistei che assediano il Burgtheater dove si rappresenta <i>Heldenplatz</i>, novembre 1988, l’ultimo dramma di Bernhard, asserragliato dentro, dramma che racconta del professore ebreo che si uccide perché ancora, anni 80, la moglie sente quelle voci dell’annessione alla Germania nazista, sente quelle minacciose voci appena si apre la finestra sulla piazza degli eroi.<br />
Dietro c’è la presa di coscienza che la nuova Austria, non più Felix ma contenta della propria mediocrità borghese, è ancora nazionalsocialista nel fondo, xenofoba con Heider che non è un errore della storia, profondamente cattolica conservatrice, socialdemocratica affarista (ricordate gli anni di Craxi e quelli attuali dell’assalto alla diligenza pubblica?), attenta, l’Austria, solo al benessere economico. Moralista, egoista, feroce, ottusa, disgustosa.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Per noi, sul Kahlenberg, l’imitatore di voci ha effettivamente imitato altre voci, più o meno celebri, completamente diverse da quelle imitate per la Società di Chirurgia. Abbiamo anche potuto esprimere dei desideri, e l’imitatore di voci ci ha accontentati con la massima premura. Quando però gli abbiamo fatto la proposta di chiudere il programma imitando la propria voce, lui ha detto che non ne era capace.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p>Bernhard vieta nel testamento di essere rappresentato in patria.<br />
Uno scrittore <i>fuori luogo</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Quarto movimento. Larghetto concitato e fecale Schwab<br />
</b>Dopo Bernhard, sulle sue tracce, altri disgusti e altri estremismi segnano la scena austriaca. Primo fra tutti quelli di un altro “senza padre” e contro la patria, il figlio della cameriera di campagna Werner Schwab, scrittore definito punk, performer dedito a tutti gli eccessi, morto a trentaquattro anni, un autore popolare e verbale, padre di alcuni <i>Drammi fecali</i>. Piccole esistenze borghesi sull’orlo del collasso, che si esaltano nell’immaginazione di una felicità o di una crudeltà che trasfigura o distrugge un mondo inabitabile. Personaggi la cui patria non è la scena, ma il linguaggio, come ha notato Roberto Menin nella introduzione al volume italiano dei <i>Drammi</i>. Un autore che, nelle didascalie premesse ai testi, puntualizza sempre la qualità del suo linguaggio, che è la stessa cosa dei personaggi, la trappola che li irretisce nelle cose, un’aggressione… Sulla scia di Bernhard e oltre, con una disperazione apocalittica, che sospende il tempo e lo trasfigura, che fa emergere grumi di desiderio in recite linguistiche, autoreferenziali, come un mondo dove l’oggetto o la verità sono illusioni o imposture. Siamo lontani, qui, dal richiamo al referente del teatro politico più tristemente didattico o tautologico: la politica è grido deformante per una corruzione che trascina la società e le persone, senza speranza, in deserti di scorie, di feci, che sembrano nutrimento<span style="font-size: large;">.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><b>Quinto movimento. Marcia funebre Jelinek<br />
</b>Poi viene Elfriede Jelinek, che decide di non stare <i>fuori luogo</i>, ma <i>in disparte.<br />
</i>Un’altra autrice austriaca figlia di un padre ebreo che sopravvive all’Olocausto, perché esercita un mestiere strategico per l’industria nazista, ma non risparmiato dalla follia (perseguitato dai complessi di colpa?). Elfriede, un’altra senza padre, naturalmente, e senza patria, come Schwab e Bernhard, un’altra contro la patria, Austria piccola e infelice, il premio Nobel Elfriede accettato con un messaggio televisivo incentrato sulle voci, la parola. Figura smaterializzata, digitalizzata, fiato, voce di voci. Jelinek che rinuncia perfino al disagio del corpo <i>fuori</i> <i>luogo</i>, comico, scarabocchio di sghimbescio imbarazzato, da rivestire in occasione di premi, da dotare di scarpe comode, di automobili belle o di case fuori dalla furia idiota delle città (vedi i premi di Bernhard). Ci sono troppe menzogne. Ci sono troppi morti. Addio smorfia comica. Solo venti, fiati, sensi che fuggono, parole. I corpi svaporano. Diventano voci, solo voci intrecciate, ombre di ombre del mondo dell’azione, della comunicazione. Corpi invisibili (dietro le parole), che non si possono vedere, voci. Teatro invisibile – odioso da vedersi, osceno, invedibile – come quello psicopatologico di Kleist secondo l’olimpico Goethe.<br />
Voci che si danno appuntamento in romanzi e in teatro. Che in teatro trovano la loro smaterializzata realtà. Tra il teatro di parola e la scrittura scenica, i due corni del dilemma drammaturgico del Novecento, sta la parola impossibile, la parola sfida, il teatro mentale che svela realtà per accumulo non lineare, per paradosso, estremismo, slittamento e confusione , annullamento dei generi e delle identità. Il teatro che si nega ai corpi. La signora Jelinek parla dell’ideologia tedesca in <i>Nuvole. Casa</i> (1991), montando citazioni dei romantici tedeschi e della banda Bader-Meinhof; racconta l’Iraq e la guerra americana per frammenti che richiamano <i>I persiani</i> di Eschilo in <i>Bambiland </i>(2005); vira lo sport in guerra e la guerra in competizione sportiva in <i>Sport</i>, un altro testo, con echi della guerra di Troia, fatto di parole non teatrali, lunghissimi monologhi, concetti, aforismi, sfoghi, citazioni, con piani quotidiani, mitologici e politici che si intrecciano. Dona pornograficamente pensiero al grande rifiuto di Robert Walser, <i>interpretando</i>, incongruamente, la sua silente follia, dando voci di frasi interiori a quell’unico suono che amava, il grande scrittore che volle farsi zero: quello del passo del camminare, dell’orma del piede sulle foglie, nella neve del bosco dove giacere nel grande silenzio, estinti con il cappello al fianco. Parole voci parole voci… Logopatia ossessiva.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Le cose sono immagini apparentemente innocenti, ma è necessario andare dietro le cose, strappare via questa innocenza e dare alle cose la loro storia. [&#8230;] Io cerco di decostruire la realtà. Questa realtà, io la faccio ogni volta per così dire a pezzi, come se separassi a strappi le tende di un sipario, per rabbia contro il testo che c’è dietro.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima sfida. Se il teatro drammatico è morto, rimane la letteratura come possibile materiale e riscrittura della realtà, che può diventare concrezione di parole da far addossare a personaggi-emblemi? Il teatro può diventare sfida al palcoscenico perché ritrovi la necessità di far urgere le domande, di disossare i processi, di sfogliare le maschere, non per trovare la verità (e neppure <i>una verità</i>), ma per dare coscienza della molteplicità delle maschere. Scrittura come tentazione. Come occultamento, ossessione, alienazione e rivelazione. Scrittura come corpo virtuale della scena, moltiplicato, esploso. Come spazio della mente dove saggiare visioni possibili dell’esistenza (o insopportabili carichi di voci, di visioni del mondo, di rappresentazioni). Teatri, cose da vedere: ma vederle senza illusioni. Come oggetti urticanti. Come ferite sanguinanti. O come giostre di suoni divaganti, che riproducono la travolgente tempesta del mondo. Scrittura come implosione.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">*</p>
<p style="padding-left: 30px;"><span style="font-size: small;">Io sono la prigioniera della mia lingua che è la mia guardia carceraria.</span></p>
<p style="padding-left: 30px;">*</p>
<p style="text-align: justify;">O forse, di più, lingua, <i>mia lingua</i>, sua lingua come buco nero che attira e trasforma in non-materia il pulsare vertiginoso confuso inconsistente della vita.</p>
<p style="text-align: right;">Massimo Marino</p>
<p><span style="font-size: small;"><i><b>Nota Bene</b></i></span><span style="font-size: small;"><i>: Gli inserti nei paragrafi rientranti sono citazioni da: Thomas Bernhard</i></span><span style="font-size: small;">, I miei premi, </span><span style="font-size: small;"><i>Adelphi, 2009 (trad. Elisabetta Dell’Anna Ciancia); Georg Büchner, </i></span><span style="font-size: small;">Woyzeck</span><span style="font-size: small;"><i>, Adelphi, 1966 (trad. Giorgio Dolfini); Thomas Bernhard, </i></span><span style="font-size: small;">A colpi d’ascia, </span><span style="font-size: small;"><i>Adelphi, 1990 (trad. Agnese Grieco e Renata Colorni); Thomas Bernhard, </i></span><span style="font-size: small;">I miei premi, </span><span style="font-size: small;"><i>cit.; Thomas Bernhard, </i></span><span style="font-size: small;">L’imitatore di voci</span><span style="font-size: small;"><i>, Adelphi, 1987 (trad. Luigi Bernardi); Elfriede Jelinek, da un’intervista di Renata Caruzzi; Elfriede Jelinek, </i></span><span style="font-size: small;">In disparte</span><span style="font-size: small;"><i>, discorso di accettazione del Premio Nobel, (trad. Rita Svandrlik).</i></span></p>
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		<title>Parole Jelinek</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2014 11:40:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Terranova]]></dc:creator>
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		<title>Rai radio 3</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 09:13:05 +0000</pubDate>
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		<title>Audiointerviste su Radio Emilia-Romagna</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 12:08:23 +0000</pubDate>
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		<title>Quaderno Jelinek</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 08:47:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quaderno Jelinek è una pubblicazione autoprodotta che, attraverso conversazioni con gli artisti del Festival, accompagna gli spettatori alla visione delle opere. Con il coordinamento di Altre Velocità, il Quaderno coinvolge studiosi e critici che collaborano appositamente, moltiplicando gli sguardi sulle &#8230; ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quaderno Jelinek è una pubblicazione autoprodotta che, attraverso conversazioni con gli artisti del Festival, accompagna gli spettatori alla visione delle opere. Con il coordinamento di Altre Velocità, il Quaderno coinvolge studiosi e critici che collaborano appositamente, moltiplicando gli sguardi sulle creazioni nate attorno alla scrittura di Elfriede Jelinek.</p>
<p>Indice del Quaderno Jelinek</p>
<p><em>Introduzione</em> di Altre Velocità</p>
<p><em>Il teatro delle voci</em><br />
di <strong>Luigi Reitani</strong></p>
<p><em>Leggere con le orecchie: come nasce un festival per città</em><br />
Conversazione con <strong>Elena Di Gioia</strong><br />
a cura di Serena Terranova</p>
<p><em>Lo spazio tridimensionale della scrittura</em><br />
Conversazione con <strong>Claudio Longhi</strong><br />
a cura di Nicoletta Lupia</p>
<p><em>Nel campo di battaglia della complessità</em><br />
Conversazione con <strong>Andrea Adriatico</strong><br />
a cura di Lorenzo Donati</p>
<p><em>Luoghi dell’indicibile: FaustIn and out</em><br />
Conversazione con <strong>Fabrizio Arcuri</strong><br />
a cura di Lucia Amara</p>
<p><em>Interpretare scritture, costruire personaggi</em><br />
Conversazione con <strong>Enrico Deotti</strong><br />
a cura di Rossella Menna</p>
<p><em>Dentro il libro, nel centro sonoro della Storia</em><br />
Conversazione con <strong>Chiara Guidi</strong><br />
a cura di Alessandra Cava</p>
<p><em>Dialoghi allo specchio</em><br />
Conversazione con <strong>Chiara Lagani</strong><br />
a cura di Alex Giuzio</p>
<p><em>Un’attrice e il suo tempo</em><br />
Conversazione con <strong>Angela Malfitano</strong><br />
a cura di Francesco Brusa</p>
<p><em>Il poeta, l’ebrea e il filosofo</em><br />
Conversazione con <strong>Angela Malfitano</strong> e <strong>Nicola Bonazzi</strong><br />
a cura di Lucia Cominoli</p>
<p><em>Di volta in volta ora</em><br />
Conversazione con <strong>Fiorenza Menni</strong><br />
a cura di Piersandra Di Matteo</p>
<p><em>Il cinema è dialogo, a teatro si è soli</em><br />
Conversazione con <strong>Elfriede Jelinek</strong><br />
a cura di Anna Bandettini</p>
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		<title>Radio Zolfo</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Sep 2014 09:26:03 +0000</pubDate>
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		<title>FaustIn and Out (Titivillus 2014)</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Sep 2014 09:16:35 +0000</pubDate>
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		<title>Prove di Drammaturgia 2/2015</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 14:48:42 +0000</pubDate>
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		<title>Fogli di Scena</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2014 10:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Terranova]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[progetto a cura di Altre Velocità in collaborazione con Modo Infoshop Leggere Elfriede Jelinek Nell’ambito del Festival Focus Jelinek, dedicato alla scrittrice Premio Nobel per la letteratura 2004 Elfriede Jelinek, Altre Velocità coordina un incontro sulla scrittura della drammaturga austriaca, &#8230; ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>progetto a cura di Altre Velocità<br />
in collaborazione con Modo Infoshop</p>
<p><strong>Leggere Elfriede Jelinek</strong></p>
<p>Nell’ambito del Festival Focus Jelinek, dedicato alla scrittrice Premio Nobel per la letteratura 2004 Elfriede Jelinek, Altre Velocità coordina un incontro sulla scrittura della drammaturga austriaca, dialogando con la compagnia Teatrino Giullare e lo studioso Stefano Casi.<br />
Mettendo a fuoco i nodi della scrittura della Jelinek, l’incontro è l’occasione per conoscere  un’autrice poco studiata in Italia e per riflettere sulla visionarietà celata dentro le complesse architetture che la drammaturga propone, sovrapponendo il pensiero filosofico tedesco ai riflessi di star americane, intrecciando la musicalità di Schubert al ritmo di una penna pungente, in perenne disarmonia con la propria patria e i modelli celebrati dalle masse. Interviene Elena Di Gioia, direttrice artistica del Festival Focus Jelinek, che ha tessuto un arco di parole e visioni attorno all’opera di Jelinek facendo incontrare questi testi con gli sguardi e le voci di nove diversi artisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Winterreise viaggio d&#8217;inverno tra Elfriede Jelinek e Franz Schubert</title>
		<link>https://festivalfocusjelinek.it/winterreise-viaggio-dinverno-tra-elfriede-jelinek-e-franz-schubert-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2014 09:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Terranova]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Winterreise &#124; Viaggio d’inverno tra Elfriede Jelinek e Franz Schubert con Roberta Cortese, voce narrante e Emanuela Marcante, pianoforte e Daniele Tonini, voce Goethe Zentrum Via de&#8217; Marchi 4, Bologna ingresso libero Un appuntamento appositamente realizzato che vede integrarsi la &#8230; ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Winterreise | Viaggio d’inverno</strong><br />
<strong>tra Elfriede Jelinek e Franz Schubert</strong><br />
con <strong>Roberta Cortese</strong>, voce narrante<br />
e <strong>Emanuela Marcante</strong>, pianoforte e <strong>Daniele Tonini</strong>, voce</p>
<p>Goethe Zentrum Via de&#8217; Marchi 4, Bologna<br />
<em>ingresso libero</em></p>
<p>Un appuntamento appositamente realizzato che vede integrarsi la voce narrante di Roberta Cortese sul testo <em>Winterreise</em> di <strong>Elfriede Jelinek</strong> all’esecuzione di Emanuela Marcante e Daniele Tonini, pianoforte e voce, di otto Lieder da <em>Die Winterreise</em> di <strong>Franz Schubert</strong>.</p>
<p>Un appuntamento promosso nell’ambito del Festival Focus Jelinek grazie alla collaborazione di <strong>Goethe Zentrum di Bologna/Istituto di cultura germanica</strong>.</p>
<p><em>Winterreise</em> di Elfriede Jelinek prende le mosse dal ciclo liederistico di Franz Schubert su testi di Wilhelm Müller, di cui ritornano brandelli fagocitati e integrati nel testo. Come il viandante dei Lieder, anche nel testo di Jelinek un Io lirico vaga senza posa per il mondo.<br />
Il testo, suddiviso in otto parti introdotte ognuna da un Lied schubertiano, affronta il tema della solitudine, dell’emigrazione interiore, dell’essere e rimanere stranieri nel mondo. Nella composizione dell&#8217;autrice, pubblico e privato si mescolano, e l&#8217;Io lirico di Elfriede Jelinek si muove tra fatti che testimoniano atteggiamenti xenofobi, lo scandalo bancario seguito alla vendita dell’austriaca Hypo Alpe Adria alla Bayerische Landesbank nel 2007 o la vicenda di Natascha Kampusch.</p>
<p><em>Winterreise</em> è stato scritto da Elfriede Jelinek nel 2011 su commissione dei Kammerspiele di Monaco; nello stesso anno è stato pubblicato dal Rowohlt Verlag ed insignito del Mülheimer Dramatikerpreis. Con oltre venti messe in scena in tutta Europa, è tra la pièce teatrali di lingua tedesca più rappresentate degli ultimi anni.</p>
<p>In Italia, presentato per la prima volta nel 2014 dal Collettivo Winterreise di Torino nella traduzione di Roberta Cortese, <em>Winterreise. Viaggio d&#8217;inverno</em> di Elfriede Jelinek viene riallestito in una forma appositamente realizzata al Goethe Zentrum di Bologna in collaborazione con Festival Focus Jelinek.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Roberta Cortese</strong> si laurea in Materie Letterarie con una tesi su Schubert e il teatro; studia pianoforte e canto a Torino e a Vienna, dove si forma come attrice nella compagnia del Burgtheater. Nel 2001 torna in Italia ed è cofondatrice del CineTeatro Baretti di Torino, di cui diventa anche Dramaturg, avviando così un nuovo percorso di scrittura e traduzione per il teatro e contribuendo alla produzione di molte prime nazionali italiane; tra gli autori tradotti ci sono Dejan Dukovski, Dea Loher, George Tabori, ma soprattutto Elfriede Jelinek, di cui traduce anche per Ubulibri <em>Sport. Una pièce e Fa niente. Una piccola trilogia della morte.</em><br />
Parallelamente alla sua attività da attrice, per diversi anni si dedica alla regia lirica, poi nel 2009 torna alla prosa operando contemporaneamente come Dramaturg/regista/performer e fondando con Luigi Chiarella Satyrikon, un&#8217;associazione culturale che punta sulla nuova drammaturgia e sull&#8217;incrocio di modalità espressive diverse. Attualmente lavora con il Collettivo Winterreise a un progetto installativo/performativo su <em>Winterreise</em> di Elfriede Jelinek.</p>
<p><strong>Emanuela Marcant</strong>e ha condotto studi filosofici, musicali e teatrali, ha lavorato come pianista, fortepianista e clavicembalista, direttrice d’orchestra, ideatrice e scrittrice di spettacoli e regista in Italia, Europa e in America. Lavora alla messa in musica e alla creazione di spettacoli su testi poetici. È stata docente di interpretazione vocale e teatrale e direttrice di progetti musicali e teatrali presso università e istituzioni americane, con continuità presso la University of British Columbia di Vancouver (Canada) e l’Istituto Superior de Arte e l’Università de l’Avana (Cuba).</p>
<p><strong>Daniele Tonini</strong> ha studiato canto e interpretazione teatrale con Lajoz Kozma, Claudio Desderi, Carlo Bergonzi, Leo Nucci, ha preso parte a numerose produzioni operistiche in Italia, Europa e Nord America, ed è presente in ambito concertistico con repertori dal Seicento al contemporaneo. Diplomato in flauto traverso ha approfondito l’interpretazione del repertorio tra Sette ed Ottocento su strumenti storici con Marcello Castellani, Frans Vester e Wilbert Hazelzet. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali, svolge attività di ricerca e pubblicazione affiancando agli studi musicologici la ricerca storica e artistica.</p>
<p>Emanuela Marcante e Daniele Tonini hanno fondato nel 1993 a Bologna, <strong>Il Ruggiero</strong>, progetto artistico e di ricerca per musica, storie, poesia con diversi percorsi di lavoro e di proposte performative. L’intenso progetto di ricerca sulle figure di Franz Schubert/Wilhelm Müller ha presentato spettacoli e riletture da <em>Die Schöne Müllerin</em> e da <em>Die Winterreise.</em> L’edizione de <em>Die Schöne Müllerin</em> è apparsa per Ut Orpheus nel 2014.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ciclo dei Lieder nell’Istituto di Cultura Germanica Bologna/2015</strong><br />
<em>Winterreise | Viaggio d’inverno tra Elfriede Jelinek e Franz Schubert</em> si colloca in una stagione di appuntamenti dedicati al Lied in lingua tedesca che da tre anni l’Istituto di Cultura Germanica propone a Bologna. “Ci è sembrata cosa utile da un lato far ascoltare e conoscere un genere di musica meno eseguito rispetto alla musica classica strumentale e interessante dall’altro lato anche offrire in sette &#8211; otto concerti un programma musicale, che nello stretto legame tra musica e parola cerca di rappresentare le diverse fasi nel genere del Lied nel suo percorso di circa due secoli ed evidenziare le caratteristiche dei vari compositori”.<br />
Programma su <a href="http://www.istitutodiculturagermanica.com/" target="_blank">www.istitutodiculturagermanica.com</a></p>
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