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La Regina degli Elfi long playing
da un monologo di Elfriede Jelinek
di e con Angela Malfitano
con l’aiuto di Rossella Cabiddu, Andrea Cazzato, Anna Cei, Cecilia Lorenzetti, Agnese Troccoli, Stefano Zanasi
traduzione Roberta Cortese
assistenza Alessandra Lanfranchi
video Lorenzo Letizia
suono Francesco Brini
foto Alessandra Fuccillo CameraOff
tecnico Emanuele Cavalcanti
un ringraziamento a Elena Di Gioia
e Marta Dalla Via, Anna Del Mugnaio, Marco De Marinis, Mario Giorgi, Roberto Grandi, Roberto Latini, Francesca Mazza, Silvia Mei, Marco Sgrosso.
in collaborazione con Associazione T.I.L.T. Sala Biagi-D’Antona-Comune di Castel Maggiore, Sì*Metrica, Spazioindue, Fondazione Teatro Gaetano Fraschini.

Associazione Tra un atto e l’altro

Questo spettacolo parla del Potere.
Il personaggio che Elfriede Jelinek ritrae nella piéce è realmente esistito: è Paula Wessely, attrice del Burgtheater di Vienna, famosa e apprezzata già prima e durante il Terzo Reich.
Allieva di Max Reinhardt, era divenuta una delle interpreti più popolari del teatro viennese, ma era giunta all’apice lavorando con il cinema nazista. Ciò le costerà dopo la guerra una temporanea interdizione. Tornerà poi a lavorare nei film in technicolor che riportano un’Austria felice e da idillio alpino. Paula Wessely muore nel 2000 a 93 anni.
Un’antica tradizione viennese prevede una cerimonia funebre d’onore per gli attori del Teatro Nazionale: i Burgschauspieler, le cui salme vengono portate in processione per tre giri intorno all’edificio. Qui Jelinek immagina la scena.
Con una lingua sarcastica e allusiva Elfriede Jelinek porta alla percezione di doppi livelli di significato e di evocazione: il potere dell’attore sul palco che si intreccia e si fa maschera del potere nazista. Sollevarsi di polveri e di provocazioni, contrasti che detonano. Ironie, sarcasmo, panorami grotteschi. In “sospensione”, dall’alto di una bara che è anche palcoscenico.
Il lavoro nasce come omaggio al mio Maestro, Leo de Berardinis, per l’evento “Molti pensieri vogliono restare comete”, presentato nell’estate 2009 a Bologna. Cercavo una partenza che fosse folgorante. Doveva essere un innamoramento grande come solo alcune volte è successo nella mia storia di attrice-autrice. L’omaggio che volevo fare a Leo doveva essere un lavoro d’autore e avere le caratteristiche della strada che lui mi aveva indicato e che ho percorsa. Rigore, adesione totale, necessità, etica. Alle prime righe del La Regina degli Elfi ho riconosciuto il momento magico: sarcasmo, gioco di teatro e potere, bellezza tagliente della scrittura. La protagonista è una vecchissima attrice del teatro tradizionale viennese, che si è prestata al gioco della oscena propaganda nazista nel cinema, e in seguito anche contaminata con tarde apparizioni televisive; ora non vuole morire, non vuole lasciare il suo pubblico e il palcoscenico, luogo del suo potere.
La scrittura fulminante dell’autrice porta alla percezione di diversi livelli di significato e di evocazione: il potere dell’attore sul palco che si intreccia e si fa maschera del Potere nazista. La sensazione di chi ascolta lo scivolare delle parole della protagonista è quella di voler catturare continuamente dei significati, senza mai riuscire a inquadrare tutti gli stimoli e le visioni nella cornice rassicurante che la nostra mente vorrebbe. Anche per questo amo la Jelinek, perché non si fa catturare. Oltre al fatto di essere una ragazza cattiva e arrabbiata. Sempre contro ogni tipo di potere. Anche se l’ambiente in cui ci muoviamo è strettamente austriaco, ho avvertito una necessità personale e politica in questa mia nuova avventura, che va aldilà di ogni regionalità. Ci sono tutti i nostri ultimi decenni di storia in questa piece. Una contemporaneità mediatica e impietosa.

Angela Malfitano